Psicologa - psicoterapeuta - Trento
Psicologa - psicoterapeuta - Trento

 

Difficoltà a scegliere tra due opzioni e senso di indecisione

Perché oggi è così difficile scegliere?

Scegliere è un atto quotidiano, continuo, inevitabile. Eppure, oggi più che mai, la difficoltà a scegliere sembra accompagnarsi a un senso crescente di indecisione, esitazione e, talvolta, vero e proprio blocco decisionale. Come mai?

Per comprendere meglio questo fenomeno, può essere utile partire dalle fasi che caratterizzano ogni processo del prendere decisioni.

Anche quando non ce ne accorgiamo, scegliere implica: la raccolta di informazioni, la valutazione delle alternative, la decisione, l’azione e infine una valutazione post-scelta.

Nella fase di raccolta delle informazioni, entriamo in contatto con ciò che sappiamo, con ciò che possiamo scoprire e con le diverse possibilità disponibili. Questo può avvenire in modo attivo, cercando dati e confronti, ma anche in modo più implicito, attraverso impressioni, intuizioni o esperienze passate. Segue poi la valutazione delle alternative, in cui mettiamo a confronto le diverse opzioni, pesando aspetti razionali ed emotivi: ciò che appare conveniente, ciò che ci rassicura, ciò che ci attrae o ci spaventa. La decisione rappresenta il momento in cui, più o meno consapevolmente, ci orientiamo verso una direzione. A questa segue l’azione, cioè il passaggio concreto che traduce la scelta in qualcosa di reale. Infine, si apre la fase della valutazione post-scelta, spesso silenziosa ma significativa, in cui osserviamo gli effetti della decisione, riflettiamo su come ci sentiamo rispetto a ciò che abbiamo scelto e iniziamo a costruire un senso intorno a quell’esperienza.

Indecisione e paura di scegliere nella società moderna

Se in passato queste fasi erano spesso più lineari e contenute, oggi tendono a espandersi, sovrapporsi e diventare più faticose. In particolare, la raccolta di informazioni e la valutazione delle alternative sono diventate le più impegnative: viviamo immersi in una sovrabbondanza di possibilità e stimoli che rendono difficile orientarsi e posizionarsi verso una direzione. Questa condizione alimenta spesso la paura di scegliere e la sensazione di non riuscire a prendere decisioni in modo chiaro.
Due importanti sociologi contemporanei ci aiutano a comprendere perché oggi scegliere è diventato più complesso. Zygmunt Bauman ha descritto la nostra epoca come “modernità liquida”: un contesto in cui le strutture sociali, le relazioni e i percorsi di vita non sono più stabili e prevedibili come in passato. Se prima alcune strade erano in parte tracciate, oggi ciascuno è chiamato a costruire il proprio percorso in modo sempre più autonomo. Questa apparente libertà, però, espone a una tensione continua: ogni possibilità aperta ne esclude molte altre. In un mondo di infinite possibilità, ogni scelta è anche una rinuncia.
Ulrich Beck, con il concetto di “società del rischio”, aggiunge un ulteriore livello: oggi non solo dobbiamo prendere decisioni difficili più spesso, ma siamo anche sempre più responsabili delle conseguenze delle nostre scelte. In questo scenario, la difficoltà nelle scelte non deriva solo dalla quantità di alternative, ma anche dal peso che ogni decisione ha sull’idea che abbiamo di noi come persone.

Un esempio concreto

Prova a fermarti un momento e a pensare a una scelta concreta, ad esempio legata al lavoro. Immagina di trovarti davanti a due possibilità: da una parte un impiego stabile, dall’altra un’opportunità più incerta ma più in linea con ciò che senti tuo. Ti ritrovi a raccogliere informazioni, a chiedere pareri, a fare liste di pro e contro. Ma a un certo punto ti accorgi che non stai più solo valutando due opzioni “oggettive”: stai cercando di capire come prendere una decisione importante per la tua vita.
Ti chiedi: che tipo di persona voglio essere? Quanto conta per me la sicurezza? Quanto sono disposto a rischiare? E mentre cerchi di rispondere, potresti sentirti bloccato, come se nessuna scelta fosse davvero “giusta”. Questa esperienza è molto comune quando si vive una forte indecisione o una paura di sbagliare scelta: non stai solo scegliendo un lavoro, stai mettendo in gioco una parte della tua identità.

Scegliere significa definire chi siamo: lo sguardo dell’interazionismo simbolico

L’interazionismo simbolico ci aiuta a comprendere proprio questo passaggio. La nostra identità si costruisce continuamente attraverso i significati che attribuiamo alle nostre azioni. Ogni scelta diventa quindi un atto simbolico: non riguarda solo ciò che facciamo, ma ciò che diciamo di noi attraverso ciò che facciamo.
È per questo che la difficoltà nel prendere decisioni può diventare così carica emotivamente: scegliere significa esporsi, prendere posizione e rinunciare ad altre possibilità.
In questo processo c’è anche una fatica meno visibile.

Quando ti sembra di essere fermo, di non riuscire a decidere, di vivere una fase di indecisione, in realtà sei spesso immerso nelle prime fasi della scelta:
stai raccogliendo informazioni
stai elaborando emozioni
stai immaginando scenari futuri.È un lavoro interno intenso, anche se dall’esterno può apparire come immobilità. La difficoltà sta anche nel riconoscere valore a questo tempo, senza viverlo come un fallimento o come incapacità di prendere decisioni.

Non smettiamo mai di scegliere. Il ciclo della scelta è continuo: ogni decisione apre a nuove valutazioni. Alcune fasi sono più visibili, altre , come l’elaborazione interna, restano silenziose, pur richiedendo molte energie.

Il ruolo del sostegno psicologico nella difficoltà a scegliere

Quando la difficoltà nel prendere decisioni diventa intensa o fonte di sofferenza, può essere utile fermarsi in uno spazio di sostegno psicologico.
Innanzitutto, offre uno spazio per rallentare. In un contesto in cui tutto spinge a decidere rapidamente, la psicoterapia aiuta a comprendere perché non riesci a scegliere e cosa si muove dentro quella difficoltà.
Un secondo aspetto riguarda capire i significati che le varie opzioni di scelta attivano in noi. Spesso la difficoltà nella scelta non è legata solo alle opzioni disponibili, ma a ciò che rappresentano in termini identitari, cosa dicono di noi queste scelte.
C’è poi un lavoro importante sulle voci interne: parti di sé che spingono in direzioni opposte e che alimentano il blocco decisionale.
Infine, la psicoterapia aiuta a tollerare l’incertezza. Scegliere implica sempre un margine di rischio, e imparare a convivere con questo è fondamentale per superare l’indecisione.

In questo senso, il sostegno psicologico non serve a eliminare la difficoltà della scelta, ma a renderla più comprensibile e più vicina a ciò che sei. Perché scegliere non è solo trovare la risposta giusta, ma sviluppare un modo più consapevole e autentico di prendere decisioni.

Se senti che la difficoltà a scegliere ti blocca, puoi prenderti uno spazio per esplorarlo insieme. https://www.evelynbettini.com/contatti/

Come funziona un percorso di psicoterapia?

“Sai come funziona un percorso di psicoterapia?” è una delle domande che spesso faccio in una prima telefonata o in un primo colloquio.

Questo perchè, attorno alla figura dello psicologo e dello psicoterapeuta, continuano ad esserci molti falsi miti (se ti va di approfondire clicca qui: https://www.evelynbettini.com/psicologia-e-luoghi-comuni/ )

La psicoterapia è un viaggio interiore e relazionale che porta ad un aumento della consapevolezza di sé, alla gestione di emozioni, vissuti spiacevoli, difficoltà psicologiche e relazionali.

La parola "psicoterapia" deriva dal greco "psiché" (ψυχή), che significa anima o mente, e "therapeia" (θεραπεία), che significa cura. Quindi, etimologicamente, "psicoterapia" significa "cura dell'anima".

Ma come nasce e come funziona un percorso di terapia?

La psicoterapia ha radici che affondano nel XIX secolo, quando Sigmund Freud sviluppò la psicoanalisi, una delle prime teorie per comprendere e trattare le problematiche psicologiche. Da allora, si sono evoluti molti approcci terapeutici, da quelli psicodinamici a quelli cognitivo-comportamentali, fino a nuove forme di terapia sistemiche e costruttiviste, che io stessa utilizzo.

Ogni approccio ha il suo metodo, le sue strategie e un modo specifico di pensare alla persona e al cambiamento.

Sostegno psicologico o psicoterapia?

Per comprendere la differenza tra sostegno psicologico e psicoterapia, possiamo utilizzare una metafora: immagina un gomitolo di lana, composto da fili di colori diversi. Ogni filo rappresenta un aspetto della tua vita, dei tuoi pensieri, delle tue emozioni, delle tue relazioni. Il gomitolo è la tua complessità, la tua individualità.

Il sostegno psicologico, in questo caso, può essere visto come il tentativo di districare uno solo dei fili, magari il rosso, che rappresenta una difficoltà o un disagio che ti sta particolarmente a cuore. In questo tipo di percorso, l’obiettivo è affrontare e risolvere un problema specifico, in tempistiche tendenzialmente brevi.

La psicoterapia, invece, prende in mano tutto il gomitolo. Si occupa di tutti i fili, di tutta la complessità che ti caratterizza. Il lavoro dello psicoterapeuta è quello di aiutarti a esplorare ogni singolo filo, a capire come interagiscono tra loro e a scoprire nuovi modi per gestirli. Un percorso terapeutico ti permette di vedere il quadro complessivo e di affrontare anche gli aspetti più nascosti della tua persona.

La psicoterapia come un viaggio

Un percorso di psicoterapia, per essere efficace, deve avere una meta, un obiettivo, come accade nelle prime fasi di progettazione di un viaggio o di un cammino. Occorrono perciò intenzionalità e consapevolezza.

La costruzione di una meta solitamente occupa le prime fasi di un percorso di psicoterapia, insieme, infatti, si iniziano ad esplorare ipotesi, approfondendo meglio le prospettive e le possibilità di cambiamento che la persona vorrebbe raggiungere.

Gli obiettivi di un percorso terapeutico sono perciò personali e specifici perchè costruiti solo sulle tue esigenze.

Durante il mio lavoro mi è capitato di incappare in alcune richieste molto tipiche con cui le persone arrivano al primo colloquio, richieste che, purtroppo non possono essere soddisfatte e da cui si può però partire per costruire una direzione da dare al percorso.

Ecco tre richieste molto tipiche all’inizio di un percorso di psicoterapia:

1.Cambiare le altre persone: La psicoterapia non ha come obiettivo modificare il comportamento degli altri, ma piuttosto aiutare te a cambiare il modo in cui reagisci e interagisci con loro. La costruzione di un obiettivo terapeutico richiede di porsi in prima persona, non può riguardare ciò che vorresti cambiare negli altri, ma deve essere focalizzato su di te e sulle tue emozioni, reazioni e comportamenti.

2. Dimenticare il passato: Non si può "cancellare" il passato, ma si può lavorare su come esso influisce sul presente e imparare a gestire le emozioni legate ad esso. Si costruiscono insieme delle lenti, dei filtri diversi per osservare ciò che è stato.

Per questo motivo l’obiettivo che si costruisce in terapia deve essere rivolto al futuro. Inoltre è fondamentale parlare e concordare in queste prime fasi delle tempistiche che ci si immaginano verosimili per raggiungere tale obiettivo.

3. Tornare ad essere come prima: Non è possibile riportare la vita allo stato precedente di una crisi o di un cambiamento. Il percorso di psicoterapia aiuterà a crescere, a cambiare ulteriormente in modo direzionato e a fare pace con la tua storia… ma sempre in una prospettiva presente/futura.

 

Domande guida

Un aspetto fondamentale del lavoro terapeutico è il collegamento tra la teoria e la pratica, tra ciò che si fa nella stanza dello psicoterapeuta e ciò che si fa nella vita quotidiana.

Se stai pensando di iniziare un percorso di terapia e, però, non sai da dove partire per trovare le parole da comunicare al primo colloquio, non aver paura. Compito del terapeuta è proprio quello di aiutarti ad orientarti nell’immaginare un futuro.

Ecco alcune domande che solitamente faccio per arrivare assieme ai miei clienti a costruire un obiettivo di lavoro:

  1. Cosa faresti domani di diverso nella tua giornata se magicamente il problema che porti qui oggi sparisse? Prova ad immaginare la tua giornata tipo.
  2. In che modo potresti peggiorare il problema? Questa domanda, all'apparenza strana, ti può aiutare a comprendere quali azioni metti già in campo che alimentano il problema.
  3. Con quali persone ti comporteresti in modo diverso? E come?

Ricorda, nessuno ti chiede di fare la maratona. Puoi concederti delle pause, dei “pit stop” per riflettere su quanto hai fatto e valutare il percorso. Non esiste un tempo giusto per il cambiamento, l’importante è fare un passo alla volta.

In conclusione, un percorso di psicoterapia è un viaggio di conoscenza e trasformazione che richiede tempo, impegno e volontà di cambiamento. Ma con il giusto supporto e un obiettivo chiaro, è possibile affrontare il percorso con serenità, accettando che il cambiamento avvenga gradualmente e passo dopo passo.

Se, leggendo questo articolo ti sono venute delle curiosità o delle domande, non esitare a contattarmi.

Dott.ssa Evelyn Bettini 

Psicoterapeuta e psicologa a Trento

 

costruire regole efficaci per i bambini

“Come faccio a dare regole ai miei bambini?”

Se sei un genitore, è molto probabile che questa domanda ti sia venuta in mente più volte.

Capire come dare regole ai bambini è una delle sfide più comuni per i genitori, soprattutto quando si tratta di farle rispettare in modo efficace e senza creare conflitti in famiglia.

Avere limiti e confini educativi è fondamentale, non solo per i bambini, ma per l’intero sistema familiare: permette di vivere in un clima più stabile, prevedibile e sereno.

Le regole educative aiutano a canalizzare le energie dei bambini all’interno di confini sicuri. Soprattutto nei primi anni, i bambini hanno bisogno di sentirsi liberi di esplorare, ma anche protetti da punti di riferimento chiari.

Nonostante questo, molti genitori si trovano in difficoltà quando devono capire come dare regole ai bambini in modo efficace.

In questo articolo vedremo:

Perché i bambini non rispettano le regole

Prima di capire come far rispettare le regole ai bambini, è importante comprendere quali sono le difficoltà più frequenti.

Difficoltà nell’accordo tra genitori

Può capitare che i genitori abbiano stili educativi diversi o non siano d’accordo su alcune regole.

Spesso succede che:

Nei primi anni di vita, i bambini non riescono a comprendere la relatività dei punti di vista. Se ricevono messaggi contrastanti, le regole diventano confuse e difficili da interiorizzare.

In queste situazioni:

Per questo, la coerenza tra genitori è fondamentale nell’educazione.

Difficoltà nel mantenere le regole

Un altro ostacolo riguarda la costanza.

Stabilire una regola è solo il primo passo: il vero lavoro è mantenerla nel tempo.

I bambini, soprattutto, mettono spesso alla prova i confini. È parte del loro sviluppo.

Per questo motivo è importante che i genitori:

👉 I bambini hanno bisogno di adulti coerenti per sentirsi al sicuro.

Comunicazione poco efficace delle regole

Un errore molto comune riguarda il modo in cui le regole vengono espresse.

Frasi come:

sono poco efficaci, perché non spiegano concretamente cosa fare.

Anche il tono è importante:

Una comunicazione chiara è alla base di regole educative efficaci.

Come dare regole ai bambini in modo efficace

Vediamo ora alcune strategie pratiche per costruire regole chiare, semplici ed efficaci.

Coerenza: i bambini imparano dall’esempio

Il modo più efficace per insegnare le regole è incarnarle.

I bambini apprendono principalmente attraverso l’imitazione, soprattutto delle figure di riferimento.

Se un genitore chiede ordine ma non è ordinato, il messaggio perde forza.

Essere coerenti significa:

Chiarezza: regole poche, semplici e adatte all’età

Per essere efficaci, le regole devono essere:

Troppe regole creano confusione e opposizione.

Meglio poche regole, ma chiare e condivise.

Concretezza: spiegare cosa fare, non cosa evitare

I bambini, soprattutto fino ai 10-12 anni, hanno un pensiero concreto.

Questo significa che:

Esempi efficaci:

Questo è fondamentale per far rispettare le regole ai bambini.

Costanza: creare routine e rituali

Le regole funzionano meglio quando diventano parte della quotidianità.

I bambini si sentono più sicuri in contesti prevedibili, come accade:

Le routine aiutano i bambini a rispettare le regole senza conflitti continui.

Conseguenze coerenti e comprensibili

Per aiutare i bambini a comprendere le regole, anche le conseguenze devono essere:

E soprattutto collegate alla regola.

Esempio:

Le conseguenze aiutano a dare senso alle regole, non devono essere punitive ma educative.

Regole in famiglia: costruire un clima sereno

Le regole in famiglia non servono a controllare i bambini, ma a creare un ambiente sicuro e prevedibile.

Quando le regole sono:

i bambini sviluppano:

Conclusione

Capire come dare regole ai bambini è una sfida comune a molti genitori.

Non esiste la perfezione, ma esistono strumenti che possono aiutare a costruire un equilibrio familiare più sereno.

Se ti trovi in difficoltà con le regole o vuoi approfondire il tuo stile educativo, chiedere supporto può fare la differenza. https://www.evelynbettini.com/contatti/

 

Le figure dello psicologo e dello psicoterapeuta sono ancora misconosciute e spesso ostacolate da pregiudizi, stereotipi e paure.

A differenza di quello che accade epr altre figure sanitarie (nutrizionisti, dietologi, logopedisti) che si occupano di salute, il mondo della psicologia è ancora ricco di falsi miti e credenze che ostacolano le persone ad occuparsi del proprio benessere.

Lo psicologo è solo per i matti”

“Che ci vai a fare dalla psicologa? Puoi parlarne con un’amico/a!”

“Non mi va di andare da uno psicologo perchè durerà anni e sarà molto costoso!

Quante volte abbiamo sentito queste frasi?

Questi ostacoli spesso proibiscono alle persone di chiedere l’aiuto di un/a professionista.

Nel momento in cui sentono i primi malumori, malesseri o sintomi negativi tendono ad ignorarli, a sviare, a voler “fare da soli”.

Gli stereotipi e i sensi comuni nel campo della psicologia sono ancora molti, in questo articolo mi pongo come obiettivo quello di analizzarli insieme a voi, per cercare di smontarli e costruire una visione più costruttiva della psicologia.

  1. “Lo psicologo è per deboli! Devo farcela da solo”

Nella nostra società è fortissima l’idea (soprattutto nel genere maschile) che parlare di sè e delle proprie emozioni sia qualcosa per “deboli”.

Questa concezione si sta scardinando sempre di più (finalmente!), ma purtroppo persiste ancora, soprattutto nelle realtà più chiuse come le piccole valli o i paesini.

Non occorre andare troppo lontano per accorgersi che questa idea tocca tutti noi, in fondo ognuno di noi, chi più chi meno, ha il timore di essere giudicato. Se tornate un po’ indietro con la memoria vi accorgerete che il sistema educativo ha sicuramente una parte di responsabilità: per anni, fin da piccoli, a scuola hanno posto l’accento su ciò che sbagliavamo, evidenziando bene in “rosso” i nostri errori, non certo le nostre qualità.

Insomma, per troppo tempo ci hanno fatto credere che è sbagliato sbagliare.

Ma, da quello che noto come psicologa, è che il mio studio non è frequentato da deboli, ma da persone coraggiose e sensibili che hanno il coraggio di accettare e superare i propri limiti, impegnandosi a fondo e mettendosi in elevata discussione.

  1. “Che ci vado a fare dallo psicologo se posso parlare con un amico/a?”

Un’altro luogo comune sulla figura dello psicologo è che possa essere equiparato allo sfogo che si ottiene quando si parla con un confidente.

Ma cosa lo differenzia da un amico? Vediamolo assieme…

  1. “Un percorso psicologico dura anni!”

Un altro profondissimo luogo comune nel campo della psicologia, che spesso ostacola una persona dal rivolgersi al professionista, è l’idea comune che un percorso psicologico debba durare per molto tempo.

Se agli inizi di questa professione (primi decenni del 900) questa idea poteva trovare fondamento nella quotidianità, ora le cose sono profondamente cambiate.

Le tecniche e gli strumenti in campo psicologico, pedagogico e psicoterapeutico si sono notevolmente aggiornati ed arricchiti permettendo anche la costruzione di percorsi di consulenza brevi e focalizzati.

Inoltre, la durata di un percorso psicologico deve essere scelta e negoziata dalla persona che richiede un intervento: nulla viene deciso senza la tua volontà.

In questo articolo ho raccontato tre tra gli stereotipi più diffusi nel campo della psicologia che rendono le figure dello psicologo e dello psicoterapeuta ancora misconosciute.

Se leggendolo ti sei riconosciuto in qualcuna di queste situazioni oppure se ti sono venuti alla mente delle vicende in cui hai assistito alla diffusione di questi stereotipi, ora sai anche tu come controbattere.

Se, al contrario, ti è rimasto ancora qualche dubbio, non esitare a contattarmi!

Dott.ssa Eveyn Bettini
Psicologa - Trento
tel: +39 349 6837290

In questo articolo troverai dei consigli utili per allenare la gestione delle emozioni nei bambini, capacità che viene chiamata consapevolezza emotiva.

Nel mio precedente articolo (emozioni amiche o nemiche) vi ho parlato delle emozioni e di come essere possano essere considerate delle amiche o… delle nemiche, se sfuggono al nostro controllo.

Avete mai visto un bambino piccolo cadere?

→ Se avete osservato bene, la prima cosa che farà, prima di piangere, è osservare la reazione dell’adulto vicino a lui. Se mamma o papà si agitano, fanno una faccia preoccupata, il bambino inizierà a piangere e disperarsi.

→ Se, al contrario, l’adulto si mostra tranquillo, anche il piccolo riuscirà con più facilità a reagire senza panico.

Questo accade perchè da così piccini la consapevolezza emotiva è poco presente: i figli dipendono in tutto e per tutto dai genitori e anche dal punto di vista emotivo, osservano tantissimo quello che accade loro attorno. Apprendono tramite l’imitazione, per questo genitori, nonni, maestri e maestre, hanno un importantissimo ruolo regolativo e imitativo nella gestione delle emozioni.

La consapevolezza emotiva (anche chiamata intelligenza emotiva o autoregolazione emotiva) è intesa come la capacità di individuare, riconoscere e nominare le proprie emozioni. Essa è una competenza e, come tale, può essere allenata, insegnata e promossa nella vita di tutti i giorni.

Spesso viene paragonata all’imparare a scrivere, per questo viene chiamata anche alfabetizzazione emotiva.

Essa consiste in tre processi:

  1. La conoscenza delle emozioni. Questa capacità permette di essere consapevoli dei propri vissuti emotivi e di saperli osservare. Significa accorgersi quando siamo arrabbiati, quando tristi, quando delusi.

Come con il riconoscimento dei colori, in cui si inizia a nominare per primi quelli base (rosso, giallo, verde..), allo stesso modo i bambini imparano a riconoscere prima le emozioni fondamentali (felicità, rabbia, paura, tristezza..) per poi individuarne le sfumature e i vissuti più specifici.

  1. Il controllo e la regolazione. Sapere identificare le emozioni non basta per la loro gestione. Lo step successivo è proprio quello di comprendere quali strategie ci sono più utili per governare, posticipare, rielaborare un vissuto emotivo.
  1. La capacità di comunicare quello che si prova. L’ultima fase nell’acquisizione dell’autoregolazione emotiva consiste nel riuscire a comunicare alle persone attorno a noi come stiamo.

Poter informare gli altri dei nostri vissuti emotivi permette ai nostri interlocutori di rispettarci e di comprendere i confini da dare alla comunicazione. È una competenza fondamentale per imparare a comunicare e relazionarsi in modo costruttivo.

Come può un adulto facilitare l’acquisizione di questi tre processi?

Ecco per voi qualche consiglio pratico.

  1. Per aiutare i bambini ad aumentare la propria conoscenza delle emozioni, gli adulti per primi devono riuscire a comprendere quando un bambino sta attraversando un momento emotivamente impegnativo.

→ In quella situazione occorre fermarsi per validare normalizzare il suo vissuto.

Prendiamo un esempio: siamo al parco con nostro figlio ed è arrivato il momento di andarsene. Il piccolo inizia a piangere e punta i piedi per rimanere. In questi casi spesso si vedono e si sentono i genitori dire: “Dai non piangere ci torniamo domani!”. In questo modo, anche senza volerlo, trasmettiamo un messaggio ai nostri figli, ovvero il fatto che quello che stanno provando non va bene, è esagerato e fuori luogo. Potrebbe invece essere più utile dire: “Mi sono accorta che in questo momento sei triste. Sai è normale provare tristezza quando dobbiamo interrompere un’attività che ci piace”.

In questo modo diamo la libertà al bambino di provare ed esprimere l’emozione, di avere una parola per nominarla (perché lo abbiamo fatto noi per primi) e, soprattutto, gli offriamo la disponibilità di poterci avere come supporto per gestire la situazione.

  1. Nel campo delle strategie per il controllo e la regolazione delle emozioni si aprono infinite possibilità. Qui la fantasia entra in modo preponderante nella sperimentazione educativa e orienta le strategie soprattutto in base all’età.

Alcune strategie che si possono usare per manifestare rabbia, sconforto, tristezza, oltre alla vicinanza che possiamo offrire in quanto adulti potrebbero essere:

  1. Dialogo con i peluche, può essere utile sceglierne di diversi in base all’emozione provata,
  2. L’individuazione di una parte della casa sicura e dedicata allo “sfogo”, magari un posto in cui si trova un cuscino morbido per stringerlo o abbracciarlo forte,
  3. Scegliere delle canzoni da cantare,
  4. Trovare e condividere delle regole in famiglia per gestire momenti difficili: se l’età lo permette, ad esempio, può essere utile chiedere al proprio figlio se desidera stare solo o meno, se ha bisogno di qualcosa per gestire in autonomia quel momento. Ci si può dire, ad esempio, che per cinque minuti è possibile che nessuno gli parli, se lo desidera. In questi modi trasmettiamo il messaggio che: non possiamo comandare che l’emozione ci sia o non ci sia, ma possiamo gestire come viverla.
  1. Per favorire l’ultimo processo, ovvero la comunicazione delle proprie emozioni, occorrerà prima di tutto creare un ambiente in cui parlare di emozioni è possibile. Per farlo, è importante che il bambino osservi gli adulti intorno a sè che dialogano sulle emozioni.

Potrebbe poi aiutare porre delle domande al bambino per promuovere una riflessione interna e poi dialogata sul suo stato emotivo di quel momento o durante la giornata. “Come sei stato oggi? Cosa hai provato dentro di te quando giocavi all’asilo? Quando hai salutato i tuoi amici cosa hai pensato? …”.

Infine, se l’età dei vostri figli è superiore agli 8/9 anni l’idea del diario confidente può essere molto utile.

Buon lavoro!

Se dopo la lettura di questo articolo fosse sorto qualche dubbio o la curiosità di approfondire e individuare strategie specifiche alla tua situazione, non esitare a contattarmi.

Dott.ssa Evelyn Bettini

Psicologa e psicoterapeuta a Trento

tel. +39 349 68 37 290
Studio: Via Dietro le Mura B n. 13 – Trento

Nel mio precedente articolo emozioni amiche o nemiche ti ho parlato di cosa sono le emozioni e di come esse possano essere considerate una risorsa… oppure trasformarsi in una brutta compagnia per le tue giornate.

In questo articolo vedremo insieme 5 consigli pratici per imparare a gestire le proprie emozioni.
Questi consigli sono rivolti a chi sente di non conoscere abbastanza sè stesso e i propri sentimenti e a chi trova difficoltà nell’esprimere ciò che prova..

Al contrario, non sono rivolti a chi soffre di problematiche come ansia, depressione o presenta dei sintomi invalidanti. In questi casi consiglio caldamente di rivolgersi ad un professionista della salute, per mettere a punto un progetto personalizzato di sostegno.

Veniamo a noi, ecco qui i cinque consigli per gestire le proprie emozioni:

  1. Smetti di evitarle e soffocarle

Proviamo a fare un semplice gioco:

Non pensare all’elefante blu

Assolutamente non pensare all’elefante blu.

Non pensare all’elefante blu.

A cosa hai appena pensato?

Non avevo dubbi, hai pensato all’elefante blu! Questo accade perché ogni qualvolta proviamo a controllare, bloccando, pensieri e stati che noi consideriamo negativi… essi finiscono per assumere più potere, facendoci sentire inerti e passivi di fronte ad essi.

Le emozioni sono uno stato di attivazione fisica e psicologica che avviene in maniera immediata, sia su base innata (le emozioni sono adattive a livello evoluzionistico) sia su base individuale, perché la loro attivazione viene influenzata dall’interpretazione soggettiva che diamo ad un evento o ricordo.

Proprio per questo motivo pensare di poterne avere il controllo al punto tale da eliminarle è… impossibile!

Le emozioni si possono incanalare… ma smetti di valutare che si possano cancellare!

Proprio questo è il modo migliore per dare a loro il potere e farle diventare le tue peggiori nemiche.

Le emozioni vanno accolte e ascoltate. Questo è il primo passo da fare.

  1. Dedica del tempo alla riflessione 

Il secondo passo che puoi intraprendere per gestire le tue emozioni è dedicare del tempo a riflettere, e sperimentare.

Che sia la sera, la mattina o durante la pausa pranzo… prova a dedicare del tempo alla riflessione.

Ti puoi aiutare con delle strategie: scrivere un diario, fare una passeggiata, disegnare quello che provi, provare a meditare ascoltando il tuo respiro.

Sono tutte strategie che ti possono aiutare a stare nel momento presente, a comprendere quello che accade dentro di te e accogliere gli stati d’animo… anche i più indesiderati.

  1. Impara a conoscere i tuoi nemici (ma soprattutto come reagisci tu di fronte a loro)!

Il terzo passo per imparare a gestire le tue emozioni è quello di conoscere i meccanismi che le generano e le alimentano. Ricorda: tu hai un ruolo fondamentale nella loro nascita ed evoluzione. Le emozioni nascono sia per base innata, sia a seguito dell’interpretazione che dai agli eventi.

Con questo terzo consiglio voglio spronarti a conoscere meglio i tuoi pensieri e le tue azioni, prima e dopo la comparsa di un’emozione.

A questo scopo può essere utile iniziare a compilare una tabella provando a rispondere a queste domande, ogni qualvolta si presenta un’emozione o una reazione indesiderata.

  1. Comunica i tuoi stati emotivi

Il penultimo passaggio per iniziare a gestire le tue emozioni consiste nel saperle comunicare. Come abbiamo già visto nel precedente articolo dedicato alla consapevolezza emotiva nei bambini (mettere il link) la capacità di esprimere i propri sentimenti e stati affettivi è la terza componente fondamentale del processo di autoregolazione. Informare chi ci sta attorno di come stiamo e di cosa stiamo provando è un importante passo che ci permette di:

Questa competenza fondamentale, che va allenata nel tempo, permette una maggiore elaborazione e la conclusione del ciclo dell’emozione.

Paradossalmente è proprio dando spazio ai nostri sentimenti che permettiamo al ciclo dell’emozione di completarsi e quindi esaurirsi.

  1. Datti del tempo e monitora i tuoi progressi 

Il rapporto che abbiamo con le nostre emozioni è personale e frutto di un processo costruito nel tempo.

Proprio per questo il cambiamento di prospettiva che propongo in questo articolo, ha bisogno di tempo per veder crescere i suoi frutti.

Prova a darti del tempo per sperimentare questi suggerimenti e, soprattutto, monitora i tuoi cambiamenti nel corso del tempo, provando ad osservarti da fuori, oppure, chiedendo il parere di una persona a te fidata.

Buon lavoro!

Dott.ssa Psicologa Evelyn Bettini – Trento

Il tema delle emozioni ha ispirato musicisti, attori, scrittori, poeti. Tutti si sono chiesti cosa fossero le emozioni, da dove arrivassero e come si manifestassero. Emozioni amiche o nemiche?

Stai studiando e all’improvviso inizi a piangere, senza controllo.
Sei al lavoro e la frase di un collega ti urta talmente tanto che alzi la voce e….. litigate. Anche se non volevi.
E' sera, sei stanco/a e non vedi l’ora di dormire. Ma quando ti metti a letto i pensieri iniziano a bussare alla porta e le preoccupazioni non ti lasciano prendere sonno.

Sono tutti esempi di come le emozioni prendono il sopravvento.
Quanto sarebbe bello avere una bacchetta magica in questi momenti e spazzare via queste brutte intruse?
Spesso nel mio studio a Trento incontro persone che mi chiedono di imparare a gestire le proprie emozioni.

Le emozioni sono uno stato di attivazione fisica e psicologica che si instaura a seguito dell’interpretazione da parte del soggetto di un evento, di un pensiero o di un ricordo. Hanno una durata breve e un valore adattivo, perchè costituiscono un messaggio che, se ascoltato, può orientare le nostre azioni.

Le emozioni quindi, servono. A livello evoluzionistico sono nate per uno scopo ben preciso:

Insomma ogni emozione è utile ed orientata ad uno scopo, è un’amica, se ascoltata. Quanto appena descritto rappresenta un aspetto universale delle emozioni, che riguarda ogni individuo, ogni cultura, ogni tempo storico senza distinzioni. Esistono però anche aspetti soggettivissimi nelle emozioni che proviamo. Non a caso poco sopra ho sottolineato la parola interpretazione. Ogni emozione può essere vista come una storia scritta da un individuo, in una determinata società, in un tempo storico preciso. La tristezza che prova una ragazza di 16 anni è diversa da quella di un uomo di 50.

Di fronte ad uno stesso evento, il gelato appena comprato che cade a terra, ad esempio, un bambino reagirà piangendo e disperandosi, un adulto dicendo una parolaccia o ridendoci sopra. Sia perchè le età e le storie sono diverse, sia perchè la società, con le sue idee, convenzioni e stereotipi, plasma il modo in cui una persona prova ed esprime le sue emozioni. Se immaginiamo le emozioni come storie e discorsi personali e unici, ci accorgiamo che non possiamo “trattare” allo stesso modo tutte le rabbie, tutte le tristezze, tutte le felicità. Esisterà la rabbia di Lucia, la felicità di Matteo e il disgusto di Fabio. E per ognuno di loro occorrerà approfondire storia, significati e idee che si sono costruite attorno al tema delle emozioni.

In certe situazioni le emozioni, da utili consigliere, diventano nemiche. Quando accade?

soprattutto quando ci troviamo in situazioni di scarso ascolto di sè stessi. Quando le emozioni vengono ignorate, sminuite e trattate come delle intruse, molto spesso prendono il sopravvento. È come se l’emozione dicesse: “Non mi vuoi ascoltare eh? Allora mi faccio sentire sempre di più! Ti infastidisco!”
quando viviamo momenti di stress, soprattutto se cronico. In quei momenti alcuni dei nostri bisogni fondamentali vengono ignorati e questo può portare il corpo e la mente a reagire all’improvviso. Attacchi di rabbia, pianto improvviso, sbalzi d’umore possono essere frequenti
quando non abbiamo imparato a regolare le nostre emozioni o abbiamo imparato modi disfunzionali di esprimerle. In questo caso, iniziare un percorso psicologico può essere utile, per andare ad individuare quali storie e significati abbiamo associato ad una particolare emozione.
Gestire le emozioni, insomma, è possibile. Per farlo occorre conoscerle, entrarci in contatto e dare loro un nome specifico. Capire come nascono in te, come evolvono, cosa ti permette di esprimerle, quali luoghi o persone ne facilitano la loro espressione. Tutti questi processi prendono il nome di: consapevolezza emotiva.

La consapevolezza emotiva è una competenza che viene acquisita nel tempo, già da piccini. Premi qui per leggere il mio articolo su come facilitare la consapevolezza emotiva nei propri figli oppure qui se invece vuoi avere dei consigli pratici su come allenarla in te.

Dott.ssa Psicologa Evelyn Bettini – Trento

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